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IL DISCO DEL 2005
ANTONY
AND THE JOHNSON I am a
bird now 
Folgorante.
Non riesco ancora a trovare un altro aggettivo che riesca a descrivere
meglio l’opera seconda di Antony. Sarà pur vero che l’urgenza
comunicativa si è placata, che il suono è diventato più fruibile, ma
l’incanto per quella voce, per quel piano morbido, rimane intatto.
Si, anche se sono passati sei anni da quell’esordio, ai più passato
inosservato, la meraviglia nel riascoltare le nuove canzoni rimane
intatta: ti strappano il cuore, ti penetrano l’anima, ti mettono in
ginocchio. Ed in quella posizione, paralizzato dalla magia sonora che
ammanta ogni canzone, non ti senti a disagio. Nemmeno quando ricordi che
quest’omone è una sorta di Drug Queen con il viso triste, carica di
tantissimi drammi umani, ti viene voglia di rialzarti.
Rimani ai piedi della sua voce, che ti fa venir voglia di rispolverare
Nina Simone, Jimmy Scott e anche Otis Redding, di quel canto così carico
di pathos che, in tempi recenti, abbiamo trovato solo nelle corde di
Jeff Buckley.
Poi si potrà dire di tutto, raccontare che dopo David Tibet anche Lou
Reed ne fu rapito e lo volle per la “Perfect Day” del suo “Raven”, forse
regalandogli le ali, oppure soffermarsi alla sua musica, lasciando in un
cassetto tutto ciò che non racconta questo disco.
Non ho voglia di scavare oltre i solchi, pur profondissimi, che lasciano
queste canzoni. Antony non si è nascosto, non può e non vuole farlo, ma
parlare della sua musica riconducendola agli aspetti colorati che
circondano il suo mondo porterebbe al costume, al quel teatro che pure
ama tanto.
Tutto va invece ricondotto alle canzoni di questo capolavoro: storie
laceranti immerse in un’ampolla dalla quale sgorga sangue. Sporcato dal
blues, contaminato dal gospel, questo disco è come una ferita che non si
chiude, dalla quale continua a sgorgare un liquido rosso, caldo e denso,
che lentamente ti porta a perdere i sensi.
A provocare il taglio è il lamento di “Hope There’s Someone”, traccia
con la quale Antony apre l’album, lama con la quale incide la ferita.
Il soffice ondulare di piano e voce, ben assistito dagli archi dei suoi
Johnson, accompagna ogni sospiro del disco in un percorso intenso,
fluido, senza alcun cedimento. Antony nella musica di oggi sembra non
amare gli eccessi estetici che forse ama nella vita: le dieci tracce
scorrono leggere e veloci, trascinandosi ineluttabili verso una fine che
non si consuma.
In “What Can I Do” l’intervento di Rufus Wainwright è maestosamente
sobrio, mentre Boy George duetta in “You Are My Sister”, dimostrando di
aver un cuore musicale in perfetta sintonia con fratello Antony. E certo
non poteva mancare Lou Reed che incide, eccome, con la sua chitarra in
“Fistfull Of Love”, uno dei momenti più luminosi e soul del disco, nel
quale si fanno sentire anche i fiati. Che dire poi dell’inserto di
Devendra Banhart che presta la suo voce acida in “Spiralling”? Non ho
mai amato i duetti ma in questo caso, dove tutto appare spontaneo,
sembrano indispensabili. Come due corsi d’acqua che corrono separati per
confluire nello stesso letto, per una sorta di preghiera corale.
Compratelo e ascoltatelo ad occhi chiusi. Di dischi come questo ne esce
uno ogni dodici mesi. È solo febbraio, forse quest’anno saremo
fortunati.
Articolo di:
Maurizio Pratelli <maurizio@mescalina.it>
concesso da:
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